Eating Out in Italia: i dati del primo bimestre 2019

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Foodiestrip è un’app nata per condividere l’esperienza del mangiare e bere fuori casa, attraverso un sistema di recensioni autentiche e costruttive. È attiva in tutto il mondo e conta 350.000 locali segnalati in Italia, 6.000 attività settimanali compiute dai Foodies e 32.000 download.

Foodiestrip ha un Ufficio Studi che pubblica report sulla base dei dati raccolti. Vediamo cosa emerge da quelli della prima edizione del Report sull’Eating Out in Italia relativi al primo bimestre 2019. 15mila le persone intervistate (50% uomini, 50% donne) equamente distribuiti tra Nord, Centro e Sud, di età compresa fra i 18 e i 65 anni.
1) Le donne rinunciano volentieri ai fornelli.
La cucina di casa si vorrebbe usare il meno possibile, e ad avere la maggiore propensione a ristoranti e affini, sono le donne.  Oltre il 66% delle signore (con punte che arrivano al 77% al nord) preferirebbe pranzare fuori e il 55% risparmiarsi la fatica della cena serale.

“È un dato molto interessante perché riflette la struttura della società italiana”, ha commentato Fabrizio Doremi CEO e Founder di Foodiestrip. “E non deve sorprendere che siano soprattutto le donne a voler abbandonare i fornelli. Da una parte c’è il tempo pieno scolastico per i figli, il lavoro (proprio e del partner) e l’emancipazione dalla tradizione del pranzo a casa.
Dall’altra, a questa liberazione, corrisponde una necessità di maggiore organizzazione dei tempi e
di ottimizzazione del work-life balance. Esigenza sicuramente meno sentita dagli uomini (di cui solo
il 30% ama il fuori casa in pausa pranzo), per i quali da tempo il pasto di mezzogiorno extra- mure
domestiche è una necessità inderogabile, “normalizzata” nella routine quotidiana. Tutti gli
intervistati peraltro dichiarano di consumare almeno cinque pasti alla settimana fuori”.

2) Cenare fuori? Pratico, “sociale” e anche conveniente. Soprattutto tra i millennials.
Dei tre pasti principali, quello che sicuramente gli Italiani desidererebbero trascorrere fuori è la
cena. Con una grande prevalenza della fascia tra i 25 e i 34 anni (75% al nord, 53% al centro, 54%
al sud). Le motivazioni? Le nuove generazioni vedono nella cena un’occasione per incontrare gli amici dopo il lavoro senza avere l’incombenza della spesa, della preparazione dei pasti e delle successive operazioni di riordino. E l’offerta viene incontro alle loro esigenze con prezzi contenuti che rendono la cena fuori concorrenziale rispetto al pasto in casa.

L’unico momento che rimane ancora ancorato alla tradizione è quello della prima colazione. Il “cappuccio e brioche al bar” è un rituale che, per il 45% degli Italiani, non si tocca.
La pausa pranzo diventa “slow” e di qualità. Il “panino al volo”, l’insalatona al bar o l’hamburger, perlomeno in questi due primi mesi dell’anno riscuotono poco interesse. Il 48% degli Italiani al nord e dal 42% di quelli al centro e al sud preferiscono il ristorante, in cui la pausa deve essere davvero un momento di disconnessione dal lavoro. Emerge una maggiore attenzione alla nutrizione, sia in termini edonistici che di qualità. E, ancora una volta, il fattore economico non è trascurabile: i ristoranti ormai propongono menu con un piatto, bevanda e caffè a una cifra media di 12 euro che quasi coincide con quella del bar.
“È un fatto che ognuno di noi sperimenta nella vita di tutti i giorni”, commenta Doremi. “La pausa
pranzo è sempre più limitata. Perché passarla in un bar affollato, magari con un’offerta qualitativa
di cibo non proprio esaltante quando si può mangiare un buon piatto di pasta (senza quindi
appesantirsi troppo), cucinata al momento in un ambiente tranquillo e un’atmosfera rilassante?”

3) Carbonara contro sushi: 1 a zero
Continua la riscoperta delle tradizioni, anche fuori casa. Solo l’11% dei residenti al nord si dichiara fan del sushi. Siamo al 5% spostandoci verso sud.

Anche lo street-food conquista il favore dell’11% degli italiani al nord e del 10% al sud. In coda abbiamo le pizzerie gourmet, l’etnico in generale e i ristoranti “di nicchia” (vegetariani, vegani ecc.). Gli intervistati non rinnegano un certo fascino per il nuovo, il trendy o l’esotico, per il gusto della sperimentazione.

Proprio perché il mangiare fuori sta diventando un’abitudine consolidata e normalizzata nella vita delle persone, gli italiani al ristorante non rinunciano ai piatti della nostra tradizione migliorati dal fatto di essere preparato da mani esperte. La qualità e il gusto hanno la meglio sulle mode effimere. Regge ancora molto bene il “rituale dell’aperitivo” che conquista il 46% degli italiani al nord e supera la soglia del 50% al centro e al sud. Ma ancora una volta la parola d’ordine è “qualità”. Per l’appuntamento pre-serale, al classico bar che propone tartine standard o altri stuzzichini (spesso ricavati da quanto avanzato a pranzo), gli italiani preferiscono i forni-panetteria o le gastronomie.

3) Dove si esce di più?
Le capitali dell’eating-out sono Milano e Roma. Napoli si piazza al terzo posto seguita da Bari e Brescia. “Chiaramente”, commenta Doremi, “Milano e Roma, se non altro in virtù delle dimensioni dell’offerta e della domanda, sono e saranno sempre le capitali del fuori casa in Italia. È invece molto interessante il risultato di Bari e Brescia: due città antipodiche, sicuramente meno cosmopolite rispetto a centri come Firenze, Bologna, Torino e Venezia, ma emblematiche in quanto dimostrano che questa tendenza (e forse esigenza) di passare più tempo fuori casa sta, a grandi passi, prendendo piede in tutto il territorio italiano. Un risultato anche più rilevante dato che parliamo dei due mesi invernali che, tradizionalmente sono sempre stati considerati “bassa stagione” per la ristorazione italiana”.

In conclusione, i dati confermano la tendenza evidenziata dal Rapporto Ristorazione 2017 della FIPE. Secondo l’associazione di categoria, la ristorazione sembra essere il timone della ripresa italiana. Mentre la crisi ha impattato significativamente sui consumi alimentari in casa (-10,5% fra il 2006 e il 2017), ha dato una spinta notevole al settore della ristorazione che nel 2017 ha guadagnato una domanda di 2,5 miliardi di Euro. Confermandosi come settore leader della filiera agroalimentare Italiana e assestandosi come terzo mercato in Europa dopo Gran Bretagna e Spagna.

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